Mi capita a cena, ai matrimoni, in sala d’attesa. «Tu che lavoro fai?»
E parte la lista. Fotografo. Faccio siti. Tour virtuali. Gestisco le schede Google. Mi occupo dei social. Preparo i file per la stampa. A metà della lista vedo l’altra persona annuire senza aver capito, e capisco che la lista è il problema: sembra che faccia cinque mestieri a metà, mentre quello di cui mi occupo è uno solo.
Questa pagina è il mio tentativo di dirlo bene.
La risposta, in una riga
Sono il reparto comunicazione delle aziende che non possono averne uno.
Una concessionaria con quattro sedi, uno studio di chirurgia estetica, un’agenzia marittima, un mobilificio: nessuna di queste ha dentro un art director, un fotografo, uno che aggiorna il sito, uno che risponde alle recensioni, uno che controlla le bozze della tipografia. Non avrebbe senso che li avesse. Ma quel lavoro va fatto comunque, tutti i giorni, per anni.
Quello è il mio ruolo.
Perché la lista non funziona
Perché la lista descrive gli strumenti, non il lavoro.
Le fotografie servono al sito. Il sito ha bisogno della scheda Google per essere trovato. La scheda Google vive di recensioni. Le recensioni vanno riportate sul sito. Il tour virtuale sta su entrambi. Le stesse immagini finiscono sui social e sul materiale stampato, con lo stesso impaginato e gli stessi colori.
Se quelle cose le compri da cinque fornitori diversi ottieni cinque pezzi che non si parlano, e tocca a te tenerli insieme. Se le affidi a una persona sola, tenerle insieme diventa parte del servizio. È questa la ragione per cui vale la pena chiamarmi.
Tre cose, concretamente
Se devo scomporre il lavoro, lo scompongo in tre. Non in cinque mestieri: in tre cose che si tengono.
1. Produzione diretta
Non coordino fornitori: fotografo. Interni, ritratti del personale, prodotto, still life, cantieri, sale operatorie, cucine, negozi, barche. Riprendo i tour virtuali e li pubblico. Scrivo i testi. Realizzo i siti e poi li tengo aggiornati. Imposto il materiale per la stampa e controllo le bozze.
Questa è la parte che si vede, ed è anche la ragione per cui tutto il resto funziona: chi gestisce la comunicazione di un’azienda senza saper produrre il materiale è costretto ad aspettare che glielo mandi qualcun altro.
2. Gestione delle piattaforme
Poi c’è la parte che non si vede, ed è quella che tiene in piedi il fatturato dei miei clienti.
Ogni settore ha i suoi portali, e sono quelli a portare i contatti. Una concessionaria vive sui gestionali e sui portali della casa madre e dell’usato. Uno studio medico vive sui portali di prenotazione e sulle recensioni. Una struttura ricettiva vive sui portali di viaggio. Un’immobiliare vive sui suoi.
Ci lavoro dentro ogni giorno. Carico, controllo, correggo le schede, verifico che le foto giuste siano nella posizione giusta, che i dati siano allineati tra il sito e il portale, che le recensioni arrivino e trovino risposta. È un lavoro invisibile, ripetitivo e continuo, e quando non viene fatto si vede subito, perché il telefono suona meno.
Aggiungi le schede Google delle varie sedi, i social, le newsletter, i report. Non è un servizio che si consegna una volta: è un presidio.
3. Continuità nel tempo
Questa è la parte di cui vado più orgoglioso, e l’unica che non si può improvvisare.
Dodici anni con uno studio di chirurgia estetica. Undici con un gruppo concessionario, due società e quattro sedi. Undici con un’agenzia marittima. Dieci con uno studio dentistico. Dieci con un’azienda di impianti. Nove con un mobilificio.
Dal 2007 ho lavorato per 168 clienti in otto paesi. Ma il numero che conta non è 168: è che una parte di loro mi ha confermato l’incarico per dieci anni di fila. Nessuno tiene dieci anni un fornitore con cui si trova male, e nessuno può dichiarare dieci anni di storia se non li ha fatti.
Di un’azienda così si finisce per sapere tutto: come si chiamano le persone al telefono, quali sono i mesi morti, qual è il prodotto su cui non si scherza, quale foto il titolare non vuole vedere mai più. Sono informazioni che non si trasferiscono in un briefing. Si accumulano.
Formazione e autonomia
C’è una seconda metà del lavoro, ed è quella che sto facendo sempre di più.
Non tutte le aziende hanno bisogno di me per dieci anni. Alcune hanno bisogno che qualcuno avvii il loro digitale, lo configuri, lo costruisca pezzo per pezzo e poi insegni a loro a gestirlo.
È andata così con una villa di lusso a Taormina. Ho realizzato le fotografie, costruito il sito, aperto e impostato l’annuncio su Booking, creato la scheda Google e girato lo Street View. Poi ho formato la persona che la gestisce, perché potesse portarla avanti da sola e da remoto. Oggi funziona senza di me. Di casi così ne ho decine.
Il paragone che uso è questo: costruisco l’automobile, la metto in strada e insegno a guidarla. Poi l’azienda prosegue da sola.
Per questo la formazione è metà del mio lavoro, non un servizio aggiuntivo. Uno strumento che in azienda nessuno sa aggiornare smette presto di essere utile. Una scheda Google che nessuno presidia perde posizioni. Consegnare il lavoro senza consegnare le competenze significa creare una dipendenza, e preferisco creare autonomia: chi mi conferma l’incarico per dieci anni lo fa perché vuole, non perché non può farne a meno.
Chi mi cerca
Non ho un settore unico. Ho dei settori in cui, a forza di tornarci, ho imparato il mestiere del cliente.
- Sanità privata: studi dentistici, chirurgia estetica e plastica, poliambulatori, centri diagnostici, studi veterinari. È il settore in cui lavoro da più tempo e il più delicato: ritratti del team, foto dello studio, tour virtuale, scheda Google, recensioni pubblicate sul sito, materiale stampato per la sala d’attesa.
- Automotive: concessionarie e officine, con la gestione dei gestionali e dei portali dell’usato.
- Nautica, porti e logistica: cantieri, agenzie marittime, spedizionieri. Genova è questo.
- Arredamento, design e immobiliare: cucine, showroom, interni, immobili in vendita.
- Ristorazione e ospitalità: ristoranti, locali storici, alberghi, ville e location per eventi, con la gestione dei portali di prenotazione.
- Moda e sport: tra il 2017 e il 2019 ho lavorato per un marchio della vela. Street View degli store, still life di prodotto e soprattutto eventi: la Barcolana a Trieste, il Salone Nautico, Millevele, la FoilingWeek, una mostra a Palazzo Ducale, una al Galata Museo del Mare. Fotografia immersiva, 360°, live streaming, video in timelapse.
E poi gli eventi: congressi medici, convegni, inaugurazioni, premiazioni. È la parte che ho fotografato di più e pubblicato di meno, e sto rimediando.
Le agenzie straniere
C’è una cosa di cui parlo poco e che invece dice molto.
Una parte del mio lavoro arriva da agenzie fotografiche straniere: Singapore, Francia, Spagna, Belgio, Croazia, Malta, Svizzera. Quando un’agenzia di Parigi o di Singapore deve far fotografare un hotel, un ristorante o uno showroom in Italia, non manda qualcuno: cerca un professionista sul posto che consegni in tempo, nel formato giusto, senza doverlo seguire.
Sono i clienti più esigenti che ho. Non mi vedono, non mi conoscono, non perdonano un errore e non hanno alcun obbligo di richiamarmi. Mi richiamano.
Da dove vengo
Sono nato in uno studio fotografico.
Mio padre Bruno Pezzoli aveva lo studio a Genova, e sono cresciuto tra le luci, la camera oscura e tre famiglie di fotografi che si frequentavano. Ho imparato prima a sviluppare che a scrivere. Ho visto la pellicola diventare digitale stando dentro il mestiere, non leggendolo sui giornali.
Nel 1999 ero art director alla Facoltà di Architettura di Genova. Lì ho imparato la seconda metà del lavoro: che un’immagine da sola non comunica, servono un impaginato, una gerarchia, un progetto.
Poi è arrivato il web. Nel 2014 sono diventato Google Street View Trusted, nel 2019 Matterport Service Partner, e ho lavorato come fotografo per Airbnb PLUS. Nel frattempo i clienti cominciavano a chiedermi di aggiornare il sito dove finivano le mie foto, poi di gestire la scheda Google, poi di rispondere alle recensioni, poi di insegnare a farlo a qualcuno in azienda.
Nessuno mi ha assegnato questo ruolo: me lo hanno chiesto un pezzo alla volta.
Di cosa non mi occupo
Dirlo serve, perché restringe il campo.
Non realizzo campagne pubblicitarie con budget da centomila euro, non preparo piani media nazionali, non curo il branding di multinazionali. Non sono un’agenzia e non intendo diventarlo: un’agenzia deve riempire le ore dei suoi dipendenti, e questo condiziona i consigli che dà.
Lavoro con aziende che hanno tra i due e i cinquanta dipendenti, un titolare che decide, e la necessità concreta di essere trovate e scelte. Se serve un reparto comunicazione e non è possibile assumerlo, siamo nel posto giusto. Se serve uno spot in prima serata, no.
Come si comincia
Quasi sempre si comincia da una cosa sola. Un servizio fotografico. Un tour virtuale. Un sito da rifare. Una scheda Google che non porta risultati.
Va bene così: non vendo pacchetti annuali e non chiedo a nessuno di fidarsi in anticipo. Si fa la prima cosa, la si fa bene, e poi si valuta. Da lì le strade sono due e vanno bene entrambe: c’è chi mi conferma l’incarico per dieci anni e chi impara a procedere da solo. Le collaborazioni più lunghe sono tutte cominciate con un lavoro piccolo.
Lo studio è a Genova e lavoro in tutta Italia. Se stai leggendo perché ti chiedevi di cosa mi occupo, questa è la risposta.



